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STORIA DELLA TESSITURA LIGURE – II° PARTE DI 5

TRA REALISMO E SUBLIME BELLEZZA NELLE PIEGHE DELLA TESSITURA

ARTISTICA DELLA LIGURIA ITALIANA DAL XV AL XIX SECOLO

I sontuosi lampassi liguri

I tessitori, pur essendo specializzati a produrre un certo tipo di tessuto, di solito velluto o damasco, in caso di necessità, erano in grado di fabbricare entrambi e addirittura di tesserne anche di genere diverso e di consistenza più leggera, rendendo così difficile l’individuazione del centro di provenienza in cui erano stati lavorati e, inoltre, a confondere la ricerca era la constatazione di un continuo scambio tra loro, dei disegni che decoravano le stoffe.

Nei primi decenni del Cinquecento, però, si possono attribuire, con una certezza quasi assoluta,alla manifattura ligure, dei sontuosi lampassi. Si tratta di pregevolissimi pezzi, dal costo molto elevato e che prevedevano certamente committenze di personaggi di alto rango, come per esempio, il cardinale Agostino Spinola che commissionò un prezioso parato per il baldacchino detto “delle armi”,da donare alla cattedrale di Santa Maria Assunta, a Savona, nel 1533.

Nel 1564, i Padri del Comune ordinarono un lampasso simile per ornare il baldacchino processionale della cattedrale di Genova. Questo preziosissimo reperto, con il fondo in raso rosso trame gialle e dorate lanciate, era opera di Ottavio Semino per i disegni e di Francesco De Ursio per i ricami. Presentava anche frammenti di gros de Tours,un tessuto francese con una lavorazione particolare, originario della città di Tours, laminato e acquerellato e, con taffettà bianco dipinto e ricamato per definire gli incarnati delle figure, perché nella parte superiore era stato decorato con medaglioni raffiguranti gli evangelisti.(Tav. 1)

- Paliotto ricamato. Genova, cattedrale di San Lorenzo

*Tavola 1 – Ottavio Semino, Francesco De Ursio e manifattura ligure – Paliotto ricamato.
Genova, cattedrale di San Lorenzo ora in deposito al Museo Diocesano
(Foto: Daria Vinco, Soprintendenza Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico)

 

Le decorazioni variavano a seconda del loro utilizzo: simili ai due paliotti appena descritti, con disegni a rapporto molto alto, ricoprivano le pareti dei palazzi più importanti come il pannello sfarzoso e ricchissimo dell’ammiraglio della Repubblica Giovanni Andrea I Doria. Gli stessi tessuti, ma con decori di misura inferiore, venivano impiegati per i parati liturgici o per la veste del doge per il giorno della sua incoronazione. (Tav. 2)

Telo in velluto cesellato. Genova, Palazzo Doria Pamphily

**Tavola 2 – Manifattura ligure. Telo in velluto cesellato.
Genova, Palazzo Doria Pamphily
(Foto: Archivio Palazzo Doria Pamphily)

Nella seconda metà del Cinquecento, la manifattura ligure era ancora in auge e molto richiesta in tutta Europa sia per stoffe d’arredamento sia per quelle d’abbigliamento. Si utilizzavano damaschi e velluti, esclusi in genere quelli con trama a filo d’oro, ma restavano pur sempre molto costosi.

L’abito della Dama ritratta da Bernardo Castello e già citata nella prima parte di questo lavoro è un chiaro esempio del loro utilizzo.

La loro provenienza era riconoscibile, quasi come un marchio di fabbrica, per lo schema decorativo molto particolare che presentavano. Nei primi anni del Seicento si può notare, nel pannello rosso qui riportato, il leitmotiv utilizzato, comune a tutti i velluti cesellati, anche con varianti, a più riprese:da un vaso si dipartono rami sinuosi, arricchiti da melograni, fiori di cardo e garofani,che formano grandi ovali a doppia punta sormontati da corona.

Per i teli che andavano a ricoprire le pareti, a seconda del gusto della moda in voga in quel periodo, venivano tessute anche le bordure, definite “colonne”, per scandirne la successione lungo le pareti e lavorate con broccature dorate o in velluto e damasco.

Un decoro molto adattabile a ogni impiego e per questo motivo eseguito da molte manifatture in Italia, soprattutto, a Lucca era quello definito “a tre fiori”. Ma numerose annotazioni nei libri contabili di un commerciante di tessuti,tale Michele Geronimo Rocca (1666 – 1668), così come anche riscontrato nelle documentazioni di acquisti di tessuti da parte di famiglie aristocratiche, testimoniano la presenza di una produzione genovese di velluti e damaschi “in due fiori” e “in tre fiori” e ne confermano la matrice ligure, soprattutto per quanto riguarda i velluti.

Un prezioso esempio di esempio di questa manifattura di velluto cesellato si può ammirare alla tavola 3.

manifattura ligure - velluto cesellato -Genova -

***Tavola 3 – Manifattura ligure sec. XVII.
Frammento di velluto cesellato decoro “3 fiori”.
Genova, Collezione Tessile Soprintendenza Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico 
(Foto: Daria Vinco, Soprintendenza P.S.A.E.)

Ritratto di nobildonna genovese con il figlioRimanendo in questo ambito, l’utilizzo di questi decori nelle stoffe per abbigliamento, si può ritrovare nel ritratto di Nobildonna genovese con bambino(Washington, National Gallery of Art) del 1626 di Anton Van Dyck, durante il suo soggiorno genovese, dove l’abito del bambino,composto da calzoni e casacca,è confezionato con un tessuto simile a quelli citati. Anche il Ritratto di nobildonna genovese con la figlia, eseguito dallo stesso pittore (Museum of Art di Cleveland), presentato nella prima parte di questo lavoro, rivela il fitto decoro “a tre fiori” nel tessuto delle maniche aderenti al braccio e in quello dell’interno delle maniche pendenti della dama, vestita in rosso. 

Una rinomata casa manifatturiera di Zoagli conserva con grande cura,nel suo campionario, incollata su un foglio,una foto di un velluto cesellato lavorato a tre fiori con la didascalia:«Disegno n. 4 “Melagrana” Epoca Luigi XIV.  Rapporto cm. 14/16».Sotto la foto, la scritta: «Colori e cimossa originali», che si riferisce a due frammenti di tessuto applicati – uno con ordito di pelo azzurro, uno verde – e uno della cimosa. Si tratta di tessuti realizzati a imitazione di antichi disegni, con le relative cimose, realizzati su richiesta di un antiquario che forniva i modelli originali da copiare.

A cavallo tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, è la moda spagnola a dettare legge e questa tendenza comporta uno sforzo di fantasia veramente notevole da parte dei produttori per la creazione di piccoli decori sempre nuovi sui tessuti che, nella confezione degli abiti, non creassero troppi sprechi, in modo che si potessero unire anche a scacchiera o in diagonale.Come si può ben capire, in questa situazione è difficoltoso, distinguere quali siano i prodotti che appartengono alle manifatture liguri e, in modo più specifico, a quelle genovesi.

Sul fronte, invece, dei damaschi e dei velluti d’arredamento, la produzione tessile genovese dalla metà del Seicento alla metà del Settecento, ricopriva sempre un ruolo egemone, a livello internazionale, anche se la quantità era calata. A conferma di questa popolarità, il damasco genovese, nel 1689, era stato utilizzato per rivestire le pareti di una delle sale di rappresentanza del Palazzo di Hampton Court, e si può vedere in questa tavola un esempio similare, molto ricercato, con motivi floreali molto sinuosi e fastosi, tipici del gusto barocco.***** (Tav. 4)

Le produzioni di manifatture liguri, spesso, sono state identificate per confronto con lo stesso decoro su tessuti ritrovati nelle chiese e nelle collezioni private genovesi.

Al contrario, i velluti cesellati ritrovati sono piuttosto rari, probabilmente per il costo troppo elevato. Gli stessi produttori di questi preziosi tessuti, sfogarono la loro abilità e fantasia, siamo alla fine del Seicento, inizi del Settecento, creando velluti policromi di ogni trama e consistenza, sobri o con colori contrastanti, ma dove le foglie di acanto con le loro sinuosità e viluppi hanno un ruolo di primo piano, sontuosamente arricchite da perline o minuscoli uncini, dando vita a opere barocche visivamente mirabili.

Invidie e rivalità

Nel 1754, la supremazia dei tessitori liguri continua a essere incontrastata in tutta l’Europa, se persino l’Enciclopédie Dictionnaire Raisonné, alla voce damas deve ammettere sia pure a denti stretti, l’imbattibile qualità delle manifatture liguri, pur tacciando di grossolanità i tessitori dei paesi delle Riviere, definendoli “paesani molto rozzi”.

Parte del merito va anche ai legislatori dell’epoca che, attraverso controlli severi,mantenevano alta la qualità dei manufatti, visto che la produzione era molto selettiva e destinata a clienti di rango, finalizzata alla specializzazione nei tessuti per arredamento ben distinti per decori e caratteristiche formali da quelli dell’abbigliamento.

A questo punto la diffusa reputazione internazionale, insieme a cospicui guadagni porta un problema, l’imitazione e, di fatto, tutti i tessuti operati italiani subiranno il discapito ditale pratica, insomma l’attuale e tristemente noto “italian sounding”, in breve, prodotti stranieri spacciati come italiani. Da tutto ciò, si salva, però, il velluto nero di Genova, irraggiungibile e inimitabile per fattura e leggerezza, del quale sono rimasti ben pochi esemplari.

Nonostante la concorrenza sleale, gli imprenditori liguri continuano la loro produzione di damaschi e velluti operati. Nasce una forte concorrenza in Francia, a Lione, ma i clienti chiedono solo manufatti provenienti dall’Italia e i tessitori francesi sono costretti a marcare le loro stoffe con l’etichetta che ne certifichi la provenienza;lo stesso c’è chi le spaccia per genovesi o “alla maniera di Genova”.

A rinfocolare la rivalità, fu nel 1680 circa, l’atelier di Marcelin Charlier che, con la collaborazione del disegnatore Jean Berain, produsse un incomparabile velluto per la reggia di Versailles, che a lungo fu grande fonte di ispirazione per tutti i lavoratori del settore.

Già vittime di imitazioni più o meno legali, non paghi dei danni inflitti ai genovesi, nel 1735 i lionesi misero in atto anche lo spionaggio industriale, inviando un loro emissario a Genova, perché indagasse su tecniche, mezzi, e fabbrichee, possibilmente, per procurarsi anche le attrezzature idonee per la produzione di tessuti di pregio.

La città di Tours, per risolvere la crisi dell’imprenditoria tessile che la opprimeva, seguì l’esempio di Lione nell’imitazione della produzione genovese, pensando di aumentare il prestigio dei suoi manufatti all’estero, di conseguenza anche i profitti e incrementare così il numero delle maestranze addette ai lavori. Focalizzarono i loro interessi soprattutto sul damasco e i velluti, tessuti di pregio, resistenti e non soggetti alla volubilità delle mode.

Se sul damasco a Tours si raggiunsero buoni risultati che sfociarono anche in richieste da parte del re in persona, il velluto creò qualche difficoltà, tanto che venne chiesto al console di Francia a Genova di scegliere maestri tessitori rinomati da invitare in quella città.

Alcuni aderirono alla richiesta, ricoprendo nell’ambito della tessitura cariche autorevoli, incrementarono con esito molto positivo la produzione delle manifatture, confermando una volta di più quanto fosse importante il ruolo delle stoffe genovesi.

Un articolo di Maria Cristina Cantàfora  ©  per “La Camelia Collezioni”